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Bologna dopo cena: frecce, diavoli e prospettive
Un itinerario serale sotto i portici di Bologna, fra tre frecce autentiche, un papa travestito, una diavolessa e il trucco del Nettuno.
Bologna non ha bisogno di una porta aperta per diventare sorprendente. Alcune delle sue storie migliori sono appese sopra la testa, fuse nel bronzo o nascoste in un cambio di prospettiva. Questo percorso parte da piazza Maggiore, attraversa il centro sotto i portici e arriva in Strada Maggiore: poco più di un’ora a piedi, senza biglietti né interni.
1. Il Nettuno cambia forma
Sul lato della Salaborsa, vicino alla pietra nera della pavimentazione, la statua va osservata dal basso. Da quel punto il pollice teso del Nettuno si sovrappone al corpo e produce il celebre equivoco anatomico. Il gioco prospettico è reale; l’idea che Giambologna lo abbia progettato per vendicarsi della censura resta invece una leggenda cittadina.
La Fontana del Nettuno dopo il tramonto è una buona apertura perché insegna subito la regola del percorso: a Bologna bisogna cambiare posizione, non soltanto alzare gli occhi. Il punto esatto è indicato anche da Bologna Welcome.
2. Il papa che diventò san Petronio
Sulla facciata di Palazzo d’Accursio siede una statua di bronzo con mitra e mano benedicente. È Gregorio XIII, il papa bolognese legato alla riforma del calendario. Nel 1796, con l’arrivo delle truppe francesi, iscrizione e attributi pontifici furono modificati per farlo passare per san Petronio e sottrarlo alla distruzione. Il Comune ricostruisce il travestimento nella storia del palazzo.
Di sera la facciata si legge meglio dalla piazza, senza avvicinarsi al portone: la scheda sul Gregorio XIII travestito indica dove fermarsi e rimanda alla documentazione storica cittadina.
3. Le tre frecce, una storia vera e una falsa
Il percorso prosegue fino a Strada Maggiore 19. Sotto il portico ligneo di Casa Isolani tre frecce sono davvero conficcate nell’intradosso, a oltre nove metri da terra. Si distinguono meglio dal lato opposto, seguendo le travi con una piccola torcia tenuta lontana da finestre e passanti.
La leggenda racconta di tre sicari distratti da una donna affacciata. La spiegazione documentata dal Comune di Bologna è più ironica: le frecce furono inserite per scherzo durante il restauro ottocentesco di Raffaele Faccioli. Il portico, invece, conserva una struttura del XIII secolo. La caccia alle tre frecce funziona proprio perché mette nello stesso soffitto Medioevo, restauro e leggenda.
4. La Diavolessa dei Bastardini
Sotto il portico di via d’Azeglio compare una figura in ferro battuto dal volto canino e dal corpo femminile. È la Diavolessa legata all’antico Ospedale dei Bastardini, istituzione che accoglieva bambini abbandonati. La tradizione raccolta da Bologna Welcome racconta che fosse stata collocata per scoraggiare gli abbandoni presso la ruota degli esposti; non è una funzione documentata con la stessa certezza della sua presenza.
La storia e la posizione sono raccolte da Bologna Welcome nel percorso esoterico cittadino; la Diavolessa sotto il portico merita una sosta autonoma.
5. Novantacinque centimetri di portico
Il giro termina in via Senzanome. Qui un portico largo 95 centimetri costringe due persone a disporsi in fila: non è un monumento spettacolare, ma un frammento della Bologna più concreta, dove lo spazio pubblico si adatta a edifici e tracciati molto più antichi dell’automobile. La misura è confermata da Bologna Welcome nella guida ai portici; la strettoia di via Senzanome diventa più leggibile quando il passaggio è quieto.
Il sussurro che tornerà
Il Voltone del Podestà completa idealmente questo atlante: due persone agli angoli opposti possono parlarsi sottovoce grazie alla propagazione acustica lungo le volte. Nel 2026, però, il cantiere di restauro impedisce l’esperimento. Il Comune prevede la rimozione dei ponteggi interni entro la fine dell’anno; la pagina del telefono senza fili conserva storia e posizione, segnalando la temporanea indisponibilità.
Il percorso unisce cinque dettagli accessibili dallo spazio pubblico e un sesto temporaneamente coperto dal cantiere. La sua forza non è la quantità dei “segreti”, ma il passaggio continuo fra oggetto reale, documento storico e leggenda riconoscibile come tale.